1 settembre 2014

Smart City, Smarter Citizen: otto domande sul futuro delle nostre città

smart city

Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.
– Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan.
– Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, – risponde Marco, – ma dalla linea dell’arco che esse formano.
Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo.

Poi soggiunge: – Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che mi importa.
Polo risponde: – Senza pietre non c’è arco.

dal libro “Le città invisibili” di Italo Calvino

Secondo Wikipedia, la città intelligente (dall’ inglese smart city) in urbanistica e architettura è “un insieme di strategie di pianificazione urbanistica tese all’ottimizzazione e all’innovazione dei servizi pubblici così da mettere in relazione le infrastrutture materiali delle città con il capitale umano, intellettuale e sociale di chi le abita”.

Cosa vuol dire, in sostanza, mettere in relazione cemento ed esseri umani? Cosa distingue una città dotata di tecnologie all’avanguardia da una città effettivamente smart? Quanto le tecnologie hanno modificato la nostra realtà quotidiana e cosa possiamo fare concretamente per migliorare la nostra vita e quella delle persone che condividono i nostri edifici, le vie dove abitiamo, le nostre piazze?

Ne abbiamo parlato con Federico che, dopo aver studiato l’argomento, ha deciso di mettere in pratica le proprie conoscenze su diversi progetti di modernizzazione del tessuto cittadino.

Federico de Musso è infatti un antropologo della modernità specializzato in reti urbane. Ha lavorato a Smart[er] Citizens, un progetto congiunto dell’Università di Bergamo e della Graduate School of Design di Harvard e a Bergamo 2.(035) dell’Università di Bergamo.

Alla domanda «che cos’è la smart city?» oggi sa rispondere solo un italiano su cinque.

In difesa  degli altri quattro italiani c’è da dire che il termine smart city è piuttosto ambiguo e sta ad indicare delle tecniche urbanistiche per lo sviluppo delle città molto diverse tra loro. Il termine è entrato nel vocabolario per descrivere i processi messi in atto per alcune città mediorientali nate da zero in aree desertiche o disabitate. In quelle realtà c’era la possibilità di costruire ogni istanza con meccanismi di regolazione progettati a tavolino.

Successivamente il termine è stato importato in Europa, dove ogni città fa caso a sé… ritengo il non saper rispondere a questa domanda piuttosto plausibile.
Uno dei tratti in comune tra città progettate in chiave smart è dato sicuramente dall’utilizzo delle tecnologie di comunicazione in maniera estensiva.

Cosa intendiamo con questo termine?

Tutti i dati che i cittadini forniscono tramite le proprie applicazioni smartphone o i propri pc vengono raccolti e conservati in server, parliamo dei famosi big data. Questi dati sono già disponibili per tutte le aree geografiche del mondo (quantomeno quelle raggiunte da una connessione a internet) proprio mentre parliamo. Le amministrazioni smart hanno semplicemente, si fa per dire, la possibilità di convertirli in progetti di sviluppo

Insistiamo nel chiederti una definizione essenziale di smart city…

Semplificando possiamo parlare di una diversa concezione di urbanismo, un nuovo modello di gestione della città. Il termine smart city si arricchisce ogni giorno di nuovi aspetti il cui fil-rouge consiste essenzialmente in una messa al centro del cittadino all’interno dei processi di cambiamento. Non più destinatario finale dei progetti urbanistici ma prosumer.

Quali sono gli ambiti sui quali si lavora quando si comincia a ripensare una città in chiave smart?

Qualsiasi lavoro di progettazione urbanistica in chiave smart deve tenere conto di sei aspetti, tutti fortemente correlati tra loro.

Smart mobility, smart governance, smart environment, smart living, smart economy e, soprattutto, smart people. E’ necessario concentrare l’attenzione sulla qualità della vita, integrare i cittadini, a partire dalle classi meno abbienti e gli immigrati. L’aiuto dato dalla partecipazione diretta dei cittadini è di importanza capitale. Il processo di riprogettazione è infatti biunivoco, le amministrazioni pubbliche implementano i progetti in costante scambio tra i diversi stakeholders

Esistono delle condizioni base per poter attivare un processo di città intelligente?

Semplicemente, possiamo dire che è necessario avere la possibilità di attingere alle informazioni da parte delle amministrazioni e allo stesso tempo permettere ai cittadini di poterne attingere: queste le condizioni di base. Se la cittadinanza non è pronta ad un processo di partecipazione è compito dell’amministrazione spingere perché questi processi vengano implementati. Nel caso speculare, è compito dei cittadini convincere dal basso le amministrazioni a fare in modo di attivare questi processi. Siamo costantemente immersi in un mare di dati sensibili, non utilizziamoli in maniera passiva!

Esistono delle difficoltà oggettive nell’implementazione dei progetti di smart city? L’Italia è composta da diversi borghi medievali, bellissimi ma difficilmente modificabili in maniera sostanziale: questo costituisce un impedimento nella riprogettazione dell’ambiente cittadino?

Come dicevo ogni città è diversa. Venezia, una città che all’apparenza è immutata e immutabile, è stata recentemente coperta completamente da una rete wireless per turisti e cittadini. Molte attività di costituzione di reti di scambio tra cittadini sono state implementate per la prima volta all’interno di borghi storici… a Bergamo ad esempio stiamo lavorando a diversi progetti destinati agli studenti universitari. L’obiettivo è il raggiungimento di una copertura di rete totale che permetta la possibilità di scambiare dati ovunque all’interno della città.

Le difficoltà più grande, paradossalmente, sta proprio nel convincere le persone ad accettare il cambiamento e a farsene partecipi. Evitare di essere investiti dal futuro, ma investire in esso.

Quale città italiana ha recepito maggiormente i dettami della smart city?

Sicuramente Bologna,  ma anche alcune città del Trentino, come Trento e Bolzano. Guarda caso, tutte città che hanno una grande tradizione di partecipazione da parte dei cittadini. Le amministrazioni alle quali mi riferisco hanno voluto investire nelle nuove tecnologie, dotandosi ad esempio di un Urban Center, una struttura aperta a tutti i cittadini e destinata a misurare il polso della citta monitorandone in tempo reale i cambiamenti. Un punto fondamentale è stato quello di riuscire a far capire ai cittadini che il cambiamento poteva e doveva passare soprattutto attraverso di loro, mediante forme di democratizzazione del sapere e delle informazioni.

Quale può essere il ruolo dei social network nello sviluppo delle smart cities?

Internet e i social network hanno avuto un impatto enorme sulle nostre abitudini, e non parlo solo di tempo passato davanti al PC o sullo schermo di uno smartphone. Ha letteralmente creato nuove possibilità di incontri  tra una serie di categorie di individui che nel mondo precedente  erano destinate ad non entrare mai in contatto per tutto il corso della vita.
Il ruolo dei social network, se ben collegati con le reti sociali cittadine e quindi destinati a diventare dei veri e propri network sociali, sarà assolutamente decisivo per la definizione delle nuove smart cities. Producendo idee, condividendo progetti  e superando quelle barriere sociali dietro le quali troppo spesso siamo noi stessi a confinarci.